Azione contro la fame: la povertà alimentare parla di cibo, ma anche potere, autonomia e futuro

Milano è stata (e per certi versi continua a essere) una città capace di emancipare. Per molte persone ha significato lavoro, autonomia, mobilità sociale, possibilità di costruire una vita migliore. Oggi, però, una parte della città vive una condizione diversa: laumento del costo della vita, linflazione, i salari fermi e la diffusione del lavoro povero rendono più difficile uscire dalla fragilità.

Recentemente ho visitato il Lab di inDifesa, dove ho potuto approfondire il progetto di Azione contro la Fame sulla povertà alimentare. Un progetto che affronta il bisogno immediato e prova a costruire un percorso di uscita dalla povertà. Le famiglie che ricevono un sostegno alimentare vengono accompagnate dentro una rete più ampia, fatta di orientamento, ascolto e strumenti concreti per recuperare autonomia.

Lobiettivo è affrontare la povertà alimentare in modo strutturale. Il pacco alimentare risponde a unurgenza, ma il punto decisivo è ciò che accade dopo: aiutare le persone a rientrare in un circuito che permetta loro di uscire dalla condizione di bisogno.

Milano continua a offrire opportunità a molti, ma per altri diventa un luogo in cui lemancipazione si inceppa. Questo riguarda in modo particolare le donne straniere, spesso madri, spesso con reti familiari fragili e con un accesso discontinuo al lavoro.

Le storie raccolte raccontano una fatica profonda. Molte madri vorrebbero lavorare, oppure tornare a lavorare, ma incontrano ostacoli quotidiani che lo rendono praticamente impossibile. A Milano il reddito di una sola persona spesso basta a malapena, quindi il lavoro delle madri diventa necessario. Allo stesso tempo, lorganizzazione della città rende complicata la conciliazione tra cura e lavoro.

Gli orari scolastici, gli scioperi, le malattie dei figli e la mancanza di servizi accessibili ricadono quasi sempre sulle donne. Il sistema scarica su di loro una parte del welfare. Questo produce effetti concreti: impossibilità di andare a colloqui di lavoro, contratti precari accettati per necessità, uscite forzate dal mercato del lavoro. Produce anche un effetto più profondo, perché molte donne finiscono per vivere come sconfitta personale una difficoltà che nasce da condizioni sociali molto precise.

Lo sportello aiuta anche per questo. Permette alle donne di ricostruire fiducia, di riconoscere le proprie competenze, di immaginarsi di nuovo dentro il mercato del lavoro. È un passaggio essenziale, perché la povertà alimentare incide sulla vita materiale e sullautostima. Quando una madre fatica a garantire unalimentazione adeguata ai figli, quella fatica entra nella percezione di sé, nel rapporto con il futuro, nella possibilità di sentirsi parte della città.

Il lavoro resta il nodo centrale. Molte persone incontrate lavorano o hanno lavorato, ma dentro condizioni molto fragili: stipendi bassi, contratti irregolari, lavoro nero, mansioni poco tutelate. La povertà alimentare, in questi casi, nasce dentro il lavoro povero. Riguarda famiglie che partecipano alla vita economica della città e che tuttavia restano esposte al bisogno.

Una storia, tra le altre, racconta bene questo blocco. Una ragazza, figlia di un magazziniere egiziano che ha cresciuto quattro figli, oggi si ritrova sposata con un magazziniere e vive in una casa popolare. È una storia di dignità e impegno, ma anche il segno di un ascensore sociale fermo. Quando la condizione dei genitori si riproduce quasi identica nella generazione successiva, la povertà diventa una traiettoria difficile da interrompere.

In Italia la povertà alimentare riguarda milioni di famiglie. Secondo gli indicatori del 2024, 4,2 milioni di famiglie presentano segnali di deprivazione alimentare; 2,9 milioni vivono una condizione di deprivazione alimentare materiale; 681 mila dichiarano di non avere denaro sufficiente per acquistare il cibo necessario. Linsicurezza alimentare moderata o grave coinvolge centinaia di migliaia di persone.

I dati sulla povertà confermano la profondità del problema. Nel 2024 le famiglie in povertà assoluta in Italia sono oltre 2,2 milioni, pari all8,4% del totale. Gli individui in povertà assoluta sono 5,7 milioni, il 9,8% dei residenti. La povertà relativa riguarda circa 2,8 milioni di famiglie e 8,7 milioni di persone. Le famiglie con componenti stranieri, quelle numerose e quelle con bassi livelli di istruzione risultano più esposte.

Questi numeri dicono che la povertà alimentare va trattata come una questione politica centrale. Riguarda il diritto al cibo, il lavoro, la casa, i servizi per linfanzia, laccesso alle cure e la possibilità concreta di partecipare alla vita della comunità.

Per questo serve riconoscere il diritto al cibo nella legislazione nazionale. Serve un coordinamento stabile tra istituzioni, Comuni, servizi sociali, scuole e terzo settore. Serve un sistema integrato di politiche pubbliche capace di superare lapproccio puramente assistenziale e di rafforzare lautonomia delle persone nel lungo periodo.

A Milano questa prospettiva deve tradursi in scelte precise: lavoro dignitoso, contrasto al lavoro povero, servizi per la conciliazione tra famiglia e lavoro, sostegno al reinserimento lavorativo femminile. Una città che ha saputo emancipare deve continuare a farlo anche per chi oggi vive ai margini della sua crescita.

La povertà alimentare parla del cibo, ma parla soprattutto di potere, autonomia e futuro. Garantire a ogni persona unalimentazione adeguata significa garantire dignità. Costruire percorsi di uscita dalla povertà significa restituire possibilità.