Gianni Cervetti è stato tante cose, studente di medicina a Milano, poi studente di economia a Mosca, marito inseparabile di Franchina, padre di Andrea, nonno affettuosissimo di Elena e Elisa, comunista, dirigente sindacale, segretario di federazione, membro della segretaria nazionale del PCI, parlamentare, europarlamentare, presidente di importanti istituzioni culturali, dall’ISEC alla Fondazione Corrente, fondatore dell’Orchestra Sinfonica di Milano.
Fu soprattutto un dirigente politico, nell’epoca in cui guidare le organizzazioni di massa richiedeva persone che si votassero completamente a quel compito con sapienza ed equilibrio. Divenne segretario della Federazione milanese del PCI nel 1969 e guidò quella organizzazione fino al 1975 in anni molto agitati e pieni di tensione. Nel 1975 venne chiamato a Roma da Enrico Berlinguer per ricoprire l’incarico di responsabile dell’organizzazione nazionale del PCI, fino al 1979, con il mandato di chiudere il finanziamento di Mosca che condizionava pesantemente il PCI.
Era un uomo dallo sguardo vivace, sottilmente ironico, capace di esprimere un giudizio con poche, precisissime parole. Era un uomo intriso di quella politica novecentesca, lontanissima dalla politica mediatica di oggi. Una politica fatta di organizzazione capillare, dialoghi riservatissimi e insospettabili, passaggi fatti di cambiamenti impercettibili in grado di aprire nuove strade.
Il suo principale risultato milanese – e quello di cui era più fiero – fu la creazione del Comitato antifascista per la difesa dell’ordine repubblicano: una iniziativa unitaria che, coinvolgendo tutti i partiti antifascisti – la DC, il PSI, il PSDI, il PCI – ed escludendo le forze eversive, riuscì a evitare che gli opposti estremismi del dopo Piazza Fontana facessero deragliare Milano e, quindi, l’Italia. Una lezione di unità nazionale ripresa più e più volte dalla sua corrente, i miglioristi, e poi portata al livello più alto durante la presidenza di Giorgio Napolitano.

Delineò la sua visione di partito nella Relazione al Comitato centrale del 1976. Fu allora che, invertendo la formula comunista del partito di lotta e di governo, definì quello comunista “Un partito di governo e di lotta” invitandolo a un preminente impegno nelle istituzioni. Tra i dirigenti comunisti fu tra i più aperti al dialogo con i socialisti di Craxi, vicinanza che gli fu slealmente fatta pagare durante gli anni dell’inchiesta di Mani Pulite.
Pochi lo ricordano, ma fu il promotore dell’unico referendum di indirizzo mai tenuto in Italia, nel 1989, relativo alla possibilità di conferire un mandato costituente al Parlamento europeo. Si trattò certamente di una iniziativa volta ad aiutare il PCI a chiudere il legame con la Russia e scegliere l’Occidente e l’Europa, ma fu anche una scommessa rispetto alla scelta europea dell’Italia, ricompensato dal risultato: il sì vinse con l’88% dei voti, con una affluenza dell’80%. Gli italiani confermavano con un voto – finora mai smentito – la nostra via maestra, l’Europa.
La sua è stata una politica di piccoli passi, una politica che cercava continuamente spazi per modificare l’assetto dell’esistente. Si definì un compagno del secolo scorso, e in effetti non ha mai fatto apertamente i conti con quella che era non solo la sua storia ma anche la sua educazione, avvenuta nel comunismo sovietico.
Umanamente, per me è stato Gianni, un importante dirigente del passato che ha creduto in me molto prima che mi fosse chiaro che direzione dovesse prendere il mio impegno. Sono state le telefonate alle 8 del mattino per anni, i consigli, la fortuna di poter frequentare lui e Franchina in un’epoca più dolce della loro vita, dopo tanto impegno pubblico e anche qualche grande amarezza. Tra i tanti episodi che mi affollano la mente c’è quando, appena indette le elezioni anticipate del 2022, forse neanche un’ora dopo, ecco apparire il suo numero sul telefono: mi chiedeva come poteva darmi una mano per quella campagna elettorale. Affetto, sostegno politico, organizzazione. So che questo è stato Gianni non solo per me, ma per altri giovani politici che lui sentiva proseguire sul sentiero dell’impegno e a cui è riuscito ad essere vicino fino all’ultimo con generosità e umanità.