Ho conosciuto Gianni quando la storia politica di cui ha parlato Morando era già finita da un pezzo, e nessuno sapeva che sarebbe ripresa qualche anno più tardi, con il suo capitolo più alto e più illustre, il coronamento che è stata la presidenza della Repubblica di Giorgio Napolitano.
Era il 2006 o forse il 2007 e, come ha scritto Gianni, eravamo un gruppo di ventenni “alla ricerca, in modo opportunamente critico, di radici senza le quali nessun albero resiste ai venti”. A Milano la sinistra aveva perso le elezioni amministrative 4 volte di fila. Avevamo la curiosità di capire chi fossero, cosa avessero pensato quelle generazioni che avevano governato Milano. Grazie a Cerami e Fiorini, avevamo organizzato dei seminari di formazione con Cervetti, Bassetti, Tognoli. Alla porta della sede di Corso Italia si presentò Gianni, con il suo berretto, la cartella sotto il braccio e la generosità e precisione nel racconto di cui in tanti abbiamo memoria.
Di quel primo incontro, ricordo l’insistenza di Gianni su un concetto che poi è tornato molto negli anni: l’autonomia di Milano. Non intesa in senso leghista, della rivendicazione sterile contro Roma padrona. La politica milanese deve essere autonoma dalla politica romana perché deve svolgere una funzione nazionale. La nostra città, che Gianni conosceva e sentiva così bene, con l’intreccio di sfide economico-produttive, le istituzioni culturali, una chiesa presente e popolare, ha sempre avuto il compito di mostrare una strada di modernizzazione possibile e per svolgere questo ruolo di avanguardia anche la politica milanese deve essere autonoma.
Quando incontrammo Cervetti ci trovavamo in un’epoca in cui il centrosinistra in questa città scontava ancora la traumatica rottura tra il giustizialismo del PDS e chi era stato travolto dalle inchieste, i socialisti e i miglioristi. Una frattura lacerante nella sinistra che diventava anche frattura tra la sinistra e la città. La pacificazione avvenne solo nel 2011, con l’elezione di Giuliano Pisapia a sindaco.
Mi sono ritrovata la mattina del sabato prima delle comunali del 2011 ad accompagnare Gianni e la Franca a fare compere nel negozio di specialità russe in via Boscovich quando è arrivata la chiamata del candidato sindaco Pisapia. Franca e io scendemmo dalla macchina per lasciare che Gianni parlasse con Giuliano. Capii che era in corso una riconciliazione, personale e politica. E non è un caso che questa avvenisse con Gianni. Lui era stato il capo indiscusso dei miglioristi milanesi, quello più additato e ingiustamente offeso durante Mani Pulite. Quello che aveva vissuto quei cinque maledetti anni del processo, durante i quali era stato isolato e allontanato, quasi cancellato dai suoi stessi compagni. Quindi la ricucitura doveva passare da lui. Ma Pisapia lo cercava anche perché, anzi mi viene da pensare soprattutto perché Gianni era capace di non lasciar mai andare il filo del dialogo.
La forza di sapere dialogare sempre gli veniva dal suo carattere, mite, acuto, ironico, pragmatico, ma anche dalla forza delle sue convinzioni. A questo si deve il suo principale risultato milanese – e anche quello di cui era giustamente più orgoglioso, tanto da metterla anche come copertina della sua autobiografia – cioè la creazione del Comitato antifascista per la difesa dell’ordine repubblicano: una iniziativa unitaria che, coinvolgendo tutti i partiti antifascisti – la DC, il PSI, il PSDI, il PCI – ed escludendo le forze eversive, riuscì a evitare che gli opposti estremismi del dopo Piazza Fontana facessero deragliare Milano e, quindi, l’Italia. Nell’esperienza del Comitatone c’è quella che io credo sia stata la missione politica di Gianni: rafforzare le istituzioni, mai una parte. Gianni è stato un uomo di partito che non era uomo di parte. E’ così che ha affrontato anche il disvelamento della verità sull’oro di Mosca: pensando fosse giusto – per il tempo che l’Italia stava vivendo, era il 1993 – riflettere pubblicamente sul finanziamento illecito, estero e interno (lui lo chiama aggiuntivo), della politica. E su questo è tornato anche recentemente a partire dalla vicenda dei legami tra Russia e Lega: Gianni era fermamente convinto che per avere una democrazia funzionante questa dovesse essere libera, soprattutto dai condizionamenti esterni.
Da quel giorno in Corso Italia sono stati vent’anni di dialogo, di telefonate mattutine, di momenti insieme con Franchina, di concerti alla Verdi, di feste a Colle Brianza. Siamo cresciuti, e lui ci ha accompagnato in modo comprensivo, presente, curioso, lasciandoci sempre liberi, ma dandoci sempre l’occasione per pensare due volte al percorso che politicamente avevamo intenzione di intraprendere. Quando Pietro Bussolati è stato eletto segretario di federazione e nella sua relazione introduttiva ha citato la relazione “Per un partito di governo e di lotta” che Cervetti aveva fatto davanti al Comitato centrale nel 1976 sono convinta che per lui si sia chiuso un altro cerchio.
Cosa resta di un uomo politico quando muore, di una persona immersa nel proprio tempo, nel fluire delle cose, di una persone che con la parola e con le azioni cerca di indirizzare il corso degli eventi? Cosa succede quando lui non c’è più, e la vita continua a scorrere? In questi giorni con Antonio Funiciello, Sergio Fiorini, Pietro Bussolati, Mario Vanni, Luca La Camera, Pier Maran abbiamo dialogato intorno a Gianni. Ed è successa una cosa per me sorprendente e struggente: nelle pagine della sua autobiografia “Compagno del secolo scorso” ho trovato una piccola avvertenza di Gianni – quando scrive che “nell’esprimere giudizi diretti o indiretti a volte non sono riuscito a schiacciare il freno della tolleranza” – che per me, per il momento politico duro che stiamo vivendo, in generale e come riformisti, è una esortazione. Già oggi, il dialogo con lui continua.
Il mio intervento alla Camera dei Deputati per ricordarlo