Home » parLIAmone » Ripensare profondamente il modo di essere Italiani e il modo di essere Europei per continuare a essere liberi e democratici.
La crisi economica del 2008, la pandemia e l’invasione russa dell’Ucraina sono stati tre eventi spartiacque. C’è chi dice che sono questi tre eventi ad avere cambiato il mondo, ma in realtà sono tre eventi che hanno mostrato come il sistema in cui siamo nati e in cui viviamo non regga più, innescando la richiesta sempre più pressante di cambiamenti d’assetto.
Non reggono più molti degli assiomi su cui si è retto il sistema liberal-democratico: non è più vero che i rapporti economici e commerciali tra le nazioni creino incentivi e legami tali da evitare lo scoppiare delle guerre; non è più vero che il mercato più è libero e più produce risultati per gli individui; non è più vero che il sistema di protezione sociale possa mantenere le promesse di gratuità e universalità nelle mutate condizioni in cui viviamo. A questo si aggiunga la crisi climatica che ci richiede di intervenire su come viviamo, su come lavoriamo, su come ci spostiamo, su quel che mangiamo e che esige quindi azioni di adattamento, mitigazione, investimenti per la transizione. Può essere che questi assiomi tornino a reggere un ordine diverso, o che ne dovremo creare altri. Ma è vero che le istituzioni pensate per un tempo di pace non riescono più a dare certezze, che la destra ha capito prima e meglio che c’era bisogno di aggiornare categorie e pensiero e che la sinistra non può continuare a essere il difensore di un sistema che va profondamente ripensato. Nel giustificare il sistema, la sinistra ha dunque perso l’ambizione di perseguire una nuova visione e di trasformare la realtà.
Il contesto sembra così disperato che è molto facile cedere al pessimismo ma è anche e soprattutto in momenti come questi che le circostanze spingono ad andare all’essenziale e a trovare strade nuove, creative, appropriate.
Un ragionamento nuovo non può che partire dai fatti, dall’analisi delle dinamiche che più ci inquietano e ci condizionano.
Sul piano internazionale, siamo entrati in un’era di instabilità globale. Il sistema di regole nato durante la Guerra fredda non è riconosciuto come equo dalle cosiddette potenze emergenti che sempre più lo mettono e lo metteranno in discussione. Negli anni Novanta e nei primi anni Duemila sono state compiute scelte che hanno creato pericolosi precedenti (come l’invasione dell’Iraq da parte americana). Oggi la cifra delle relazioni internazionali sembra essere l’abuso della forza, quando non l’impiego sistematico della prepotenza. Noi italiani, noi europei abbiamo invece interesse che l’ordine globale sia basato su regole che limitino appunto l’arbitrio e la sopraffazione, in Ucraina come nel Medio Oriente. L’invasione russa dell’Ucraina in particolare costituisce un precedente estremamente preoccupante perché avviene in quel continente nel quale si era detto “mai più” alla guerra di aggressione; e perché l’arbitrio di una potenza nucleare, se non limitato, non può che favorire ulteriore instabilità. Rispetto alla risposta israeliana all’attacco del 7 ottobre, la valutazione è andata mutando con il passare del tempo. Proprio perché bisognava evitare che prevalesse l’arbitrio, serviva una risposta contro il terrorismo di Hamas. Una risposta che fosse al contempo di deterrenza e politica (cioè che prosciugasse le ragioni politiche del terrorismo). Con il progredire del tempo, il governo di Netanyahu ha cancellato la distinzione tra la deterrenza e la sopraffazione e ora sembra determinato a non dare nessuno spazio alle legittime aspirazioni nazionali palestinesi così come alla sovranità di altri Stati nella regione, a vantaggio di un proprio disegno di ridefinizione dell’intera area mediorientale. Senza il sostegno occidentale, lo Stato di Israele è vulnerabile, ma il sostegno occidentale viene sfruttato per perseguire obiettivi in contrasto con i nostri valori e interessi.
L’intreccio dei conflitti globali e la crescente minaccia rispetto anche alla nostra sicurezza (cyber attacchi; aggressioni ibride che la Russia porta avanti in Europa da anni; esposizione al pericolo di ritorsioni per azioni militari che rispondo a logiche e interessi non europei) richiedono la capacità di vedere, analizzare, accompagnare una nuova consapevolezza dell’opinione pubblica rispetto ai rischi e ai limiti della situazione in cui ci troviamo. Non viviamo più in un sistema accomodato a nostro favore, ma in un turbinio di rapporti di forza, interessi che richiedono chiarezza sui valori che ci muovono, trasparenza e coinvolgimento rispetto alle scelte da compiere, disponibilità a discutere partendo da fatti resi pubblici. Credo che chi come me ha un ruolo pubblico e di decisore abbia il dovere di spiegare, argomentare, relazionare. Il rischio che affrontiamo come Occidente democratico, e ancora di più come Italia, è quello di muoverci in un contesto profondamente mutato e di non aver preparato a sufficienza la nostra opinione pubblica alle decisioni che dovremo prendere.
Dal punto di vista economico, è stato fatale pensare che il capitalismo, invece di un sistema di regole globali, avrebbe funzionato bene per tutti e avrebbe trasformato sistemi lontanissimi da noi in democrazie funzionanti. Così non è stato per la Russia, né per la Cina. Oggi paghiamo un prezzo molto caro per quell’ingenuo ottimismo (o per quella scorciatoia): ci troviamo a competere con la Cina, che produce in casa con regole diverse dalle nostre (rispetto agli standard ambientali e agli standard di diritto del lavoro) e a subire l’aggressività militare della Russia (risultante anche dal processo con cui quel paese è uscito dalla Guerra fredda, umiliato e con un sistema economico a pezzi divenuto preda di pochi oligarchi senza scrupoli) e quella commerciale degli Stati Uniti di Donald Tump. Quello che produciamo è quindi meno competitivo (perché ci concediamo “il lusso” di un sistema di welfare e regolamentazioni più favorevoli per chi lavora e per l’ambiente) e al tempo stesso dobbiamo spendere di più per la difesa. Questo significa che abbiamo meno risorse per gli investimenti.
Il mercato, lasciato predominare rispetto a scelte di indirizzo industriale e di equilibrio globale, non ha affatto prodotto risultati migliori per tutti. Né tra i paesi, né all’interno dei paesi. Negli Stati Uniti, si è creato un legame perverso tra il grande complesso tecnologico e la politica e abbiamo assistito alla cattura dello Stato da parte di potenti interessi privati e al trionfo di una ideologia nichilista, individualista, prepotente e autoritaria. In Europa, ci si è dedicati alla costruzione di un perfetto mercato unico, si è superata la concezione di economia sociale di mercato in favore di quella esclusivamente di mercato e si è mancato di fare scelte industriali strategiche per tutto il continente. Il risultato: un mercato perfetto per le merci, perfetto per i capitali, con squilibri regionali evidenti mai davvero affrontati e un ritardo industriale e tecnologico che rischia di divorare rapidamente la capacità di finanziare il sistema di welfare. Il futuro della competitività europea richiede un altro livello di ambizione e di investimenti.
Sul piano interno, le democrazie, strette tra inverno demografico e stagnazione economica, vivono una crescente sfiducia nel sistema. Senza crescita economica e crescita demografica è difficile mantenere lo stesso livello di servizi e rispondere alle aspettative di stile crescente di vita. Questo fa sì che molte persone si sentano ingannate dal sistema, mentre ci sarebbe bisogno di maggiore partecipazione per decidere insieme come cambiare il welfare, come gestire i vantaggi distributivi, come affrontare la transizione climatica. È invece in un momento come questo, in cui sembra prevalere l’uomo forte e la prepotenza, che bisogna ribadire che il sistema democratico è quello che dà maggiori garanzie per la libertà e la prosperità di ciascuno.
Sul piano politico, la destra ha risposto con proposte sovraniste, protezioniste, nazionaliste, nostalgiche. Se ne misurerà la reale efficacia nel tempo, ma è chiaro che dal punto di vista elettorale sono state ricette molto efficaci. Le uniche proposte convincenti a sinistra sono state quelle di ambiziosi programma di investimento pubblico dell’amministrazione Biden (Build Back Better and Inflation Reduction Act) e il vasto programma di intervento in economia previsto dai laburisti di Starmer. In questo panorama di assenza di idee, spicca il rapporto Draghi, che delinea un ambizioso piano per il rafforzamento della competitività europea. Poco, pochissimo finora si è discusso e ancora meno si è fatto per regolare tecnologia e finanziarizzazione dell’economia reale. In Italia il problema è ancora più complicato perché il nostro è un paese che sconta un alto debito; un livello di qualificazione relativamente più basso della forza lavoro; una alta disoccupazione femminile e giovanile (anche se in riduzione); salari reali in diminuzione da trent’anni.
Il disorientamento generato dai cambiamenti in atto e dall’insufficienza delle spiegazioni politiche tradizionali, gradualiste, è grande e sta intaccando le nostre democrazie, quella italiana in particolare, perché più fragile, con un sistema partitico meno radicato e già travolto da scandali, e perché il paese è più sensibile a logiche faziose e divisive. Se non si interviene rispetto a questo disorientamento, se non si apre con coraggio una discussione pubblica sulla verità dei cambiamenti in atto, se non si ripensano le risposte da dare, preservando i presupposti ideali, se non si ristabilisce un vero meccanismo di delega, si contribuisce allo svuotamento del sistema, alla sua crisi.
Un ragionamento politico nuovo non ha necessariamente tutte le risposte – come averle in un’epoca complessa? – ma deve partire da alcuni capisaldi ideali (solidarietà e libertà) e di metodo (democrazia) per esplorare territori nuovi.
I CAPISALDI DA CUI PARTIRE
CHE COSA POSSO PROMETTERE AGLI ELETTORI
Di partire dall’analisi della realtà per come la conosco e la vivo
Di coinvolgerli nell’analisi e nella discussione
Di essere trasparente rispetto a meccanismi, scelte, limiti entro i quali mi muovo
Di essere adulta, cioè di non usare slogan facili ma di cercare sempre strade fattive, pragmatiche, concrete
Di decidere basandomi su quel che penso sia giusto, non quel che risulta conveniente
Di non girarmi dall’altra parte, perché sono tante le cose che non vanno. Una buona politica prova ad argomentare perché non si riesce o non si può intervenire è sempre meglio che ignorare il problema. Una buona politica sa anche prendersi a cuore le cose difficili, anche quando non conviene.
Di riconoscere il valore della ribellione. Che sia la ribellione all’invasione o la ribellione alle condizioni sociali che non funzionano più. Il sistema in cui viviamo non funziona più. Non è solo una questione di denuncia, ma di capire come sovvertire le condizioni che rendono iniquo e insostenibile il sistema.
Settembre 2025