Perché orgoglio e valori contano di più di salari e welfare?
Negli ultimi anni, un rovesciamento sembra aver colpito le scelte degli elettori delle democrazie avanzate: le persone in difficoltà economica votano a destra, per quei partiti conservatori o reazioni che propongono di conservare il sistema che li opprime, mentre le persone più istruite votano a sinistra, scegliendo partiti che vogliono un aumento delle tasse che potrebbe direttamente riguardarli. Si tratta di un sovvertimento all’apparenza illogico a cui Guido Tabellini e Nicola Gennaioli hanno cercato di dare una spiegazione: il conflitto tra destra e sinistra non si organizza più intorno alla distribuzione della ricchezza e alla divisione tra classi, ma intorno all’identità. Questa nuova dimensione della polarizzazione politica, basata appunto sull’identità, è stata poi approfondita nel libro di Domenico Petrolo “La stagione dell’identità. Da Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano di più di salari e welfare” edizioni FrancoAngeli.
La tesi del paper e del libro
Oggi milioni di elettori non considerano più come prioritarie le battaglie contro le disuguaglianze economiche, ma chiedono anzitutto che qualcuno riconosca e difenda i loro valori, il loro stile di vita, la loro identità individuale e collettiva. Il terreno dello scontro si è spostato e non basta rispondere al disagio con delle misure economiche marginali. La politica mobilita consenso soprattutto quando intercetta un bisogno di appartenenza e riconoscimento.
Gennaioli e Tabellini nel loro studio spiegano che la politica cambia quando cambia la frattura sociale percepita come più importante. Quando il conflitto rende saliente una divisione economica, gli elettori si identificano di più con il proprio gruppo di reddito o di classe; quando invece diventano più salienti le divisioni culturali, gli elettori si identificano con gruppi definiti da valori, istruzione, modi di vivere, atteggiamenti verso immigrazione, diritti civili o appartenenza nazionale. Da lì discendono due effetti: da un lato le convinzioni politiche si polarizzano lungo i confini identitari; dall’altro, anche shock inizialmente economici possono finire per rafforzare il conflitto culturale e ridurre persino la domanda di redistribuzione.
La loro argomentazione è particolarmente utile perché spiega perché questo slittamento sia avvenuto proprio mentre aumentavano le disuguaglianze. Globalizzazione e innovazione tecnologica non hanno colpito tutti allo stesso modo: hanno avvantaggiato soprattutto i lavoratori più istruiti e penalizzato più duramente quelli meno istruiti o inseriti in settori esposti alla concorrenza internazionale.
Questo ha allargato la frattura educativa, e quella frattura non è solo economica: si accompagna spesso a una diversa visione culturale del mondo. I più istruiti tendono più facilmente verso posizioni progressiste, cosmopolite e aperte al cambiamento; i meno istruiti tendono più spesso a domandare radicamento, continuità, comunità, protezione. A questi shock economici si sono poi aggiunti altri shock, come l’immigrazione, l’accelerazione dei cambiamenti culturali, con una prominenza dei diritti civili nel dibattito pubblico, che hanno reso ancora più saliente il terreno dell’identità. Su questo terreno, populismi e destre radicali sono stati molto più rapidi ed efficaci nel dare una forma politica al malcontento.
Siamo sicuri che sia proprio così? (Ovvero, quel che ne penso io)
Quindi, non è più “it’s the economy, stupid!” a spiegare le preferenze elettorali ma diventa “It’s the identity, stupid!”. Sempre secondo gli autori, la destra è più capace di maneggiare le identità, e quindi vince le elezioni.
E’ una lettura che però si concentra sugli elementi di contesto e meno sulla responsabilità della sinistra. Gli elettori guardano a destra anche perché non possono fidarsi di promesse trasformate di una sinistra che ha aderito alla globalizzazione in modo acriticamente ottimista, come se bastasse aprirsi ai mercati, favorire la crescita e accompagnare genericamente l’innovazione perché, prima o poi, tutti ne beneficiassero. In questo modo, però, sono stati lasciati indietro interi settori produttivi e territori. E quando chi perde si accorge che la politica non lo protegge, smette di vedere la sinistra come una forza di trasformazione del sistema sociale ed economico e comincia a cercare altrove protezione.
È qui che l’identità diventa centrale: perché una cattiva gestione della trasformazione economica finisce per produrre una domanda di identità. Se la crescita non arriva a tutti, se i salari ristagnano, se l’istruzione non riduce le disuguaglianze, se le transizioni nel mercato del lavoro, dalla deindustrializzazione alla rivoluzione digitale fino all’intelligenza artificiale, non sono governate, allora le persone non chiedono solo reddito, ma anche sicurezza e dignità. E se la sinistra non offre una risposta credibile su questo terreno, la destra occupa quello spazio trasformando l’insicurezza sociale in linguaggio identitario.
Per questo il problema della sinistra non è, o non è solo, quello di essere meno forte della destra sui temi dell’identità. Il problema più profondo è che ha progressivamente perso la capacità di presentarsi come un progetto politico, sociale ed economico alternativo, cioè come una forza capace di cambiare le regole del gioco e non semplicemente di gestire meglio l’esistente.
La sinistra vince quando riesce a tenere insieme trasformazione e protezione: quando governa il cambiamento, quando costruisce strumenti pubblici per distribuire opportunità e sicurezza sociale.