All’assemblea di Confindustria, Giorgia Meloni ha definito l’attuale Unione europea un “gigante burocratico” che avrebbe sacrificato competitività e crescita. Fino a qui, potrebbe sembrare anche ragionevole: lo stesso rapporto Draghi ha indicato produttività debole, energia costosa, insufficienti investimenti e ritardi nel mercato unico tra i principali problemi del continente.
Ma proprio perché il problema europeo è reale, bisogna guardare con serietà ai risultati dei singoli Paesi. L’Italia non è sola nell’Unione: insieme a noi ci sono altri 26 Stati, sottoposti alle stesse regole europee, agli stessi rischi geopolitici e, in larga parte, agli stessi shock energetici. Eppure non crescono tutti poco come noi.
Nel 2025 il PIL italiano è aumentato soltanto dello 0,5%, contro l’1,4% dell’area euro. Secondo le ultime previsioni della Commissione europea, nel 2026 l’Italia crescerà ancora dello 0,5%, contro l’1,1% dell’Unione: peggio di noi farà soltanto la Romania. Nel 2027, con una crescita prevista dello 0,6%, l’Italia sarebbe addirittura l’ultimo Paese dell’UE.
Questi numeri non autorizzano a sostenere che ogni difficoltà dell’economia italiana sia responsabilità esclusiva del governo Meloni. L’Italia porta con sé problemi antichi: produttività debole, popolazione che invecchia, debito elevato, scarsa partecipazione al lavoro di donne e giovani, troppe imprese piccole che faticano a investire e innovare. Ma un governo viene giudicato anche per la capacità di affrontare questi problemi, non può usarli come alibi.
Istat rileva che tra il 2015 e il 2025 la produttività del lavoro italiana è cresciuta in media appena dello 0,2% all’anno e che, negli ultimi due anni, la produttività totale dei fattori ha dato un contributo negativo alla crescita. L’OCSE indica con chiarezza le priorità: completare davvero il PNRR, migliorare il funzionamento della pubblica amministrazione e della giustizia, sostenere ricerca e innovazione, rendere più competitive le forniture energetiche, aiutare le imprese a crescere e aumentare l’occupazione femminile e giovanile. Anche il Fondo monetario internazionale insiste sulla necessità di riforme nazionali, accanto al rafforzamento del mercato unico europeo. Inoltre, la Commissione europea afferma esplicitamente che nel 2026 la crescita italiana è sostenuta dagli investimenti finanziati dal Recovery and Resilience Plan. In altre parole: senza il contributo europeo che oggi Meloni trasforma in bersaglio politico, la debole crescita italiana sarebbe probabilmente ancora più debole.
Infatti, Meloni presenta il Pnrr come il risultato del suo governo, dimenticando che fosse proprio Fratelli d’Italia cinque anni fa a non volerlo. Ma l’ipocrisia più grande è raccontare di aver trasformato il Paese, solo perché si sono incassate le rate europee e alcuni obiettivi sono stati formalmente raggiunti. Secondo l’analisi di Openpolis, alla fine di novembre 2025 risultava speso poco più della metà delle risorse assegnate; con la sesta revisione del Piano, il governo ha modificato 173 misure, riallocato circa 13,4 miliardi di euro e lasciato ancora da conseguire 209 scadenze. Il divario tra il rispetto formale delle tappe e l’effettiva realizzazione degli investimenti sul territorio rimane enorme.
Il PNRR avrebbe dovuto rappresentare l’occasione per affrontare alcuni dei problemi più profondi dell’Italia: produttività stagnante, divari territoriali, difficoltà dei giovani e delle donne nel mercato del lavoro, servizi pubblici insufficienti, carenza di asili nido, debolezza della pubblica amministrazione. Se, dopo anni di risorse europee straordinarie, l’Italia resta tra i Paesi che crescono meno, il governo non può limitarsi a dare la colpa all’Europa.
È quindi legittimo chiedere all’Europa di cambiare passo. Ma non è di Bruxelles la responsabilità principale di un Paese che cresce molto meno degli altri Paesi europei. Se l’Italia è in fondo alla classifica della crescita, il governo deve spiegare non soltanto cosa non funziona in Europa, ma soprattutto cosa intende fare in Italia: sul PNRR, sull’energia, sugli investimenti, sui salari, sulla produttività e sul futuro dei giovani.