Un welfare di comunità come evoluzione dello stato sociale, che veda nella vulnerabilità diffusa una occasione di coesione e di crescita sociale.
Il sistema di welfare europeo, pensato sessant’anni fa, oggi si mostra inadeguato di fronte alle nuove tendenze: l’invecchiamento della popolazione, la disgregazione sociale, le trasformazioni del lavoro, la crisi abitativa, la privatizzazione strisciante dello stesso welfare.
Serve una ristrutturazione che punti su politiche di investimento sociale, capaci di rendere le persone più forti, non solo di proteggerle nei momenti di difficoltà, in un contesto in cui vulnerabilità e fragilità sociale appaiono condizioni sempre più diffuse e sempre meno circoscritte a determinate categorie.
Pare dunque perdere di senso e di efficacia il tradizionale schema che perimetrava un’area di bisogno e una di assistenza al bisogno: emerge una nuova situazione sempre più fluida in cui il bisogno appare molto più trasversale e che richiede con urgenza di passare da un welfare assistenziale a un welfare di comunità, inteso come sistema integrato che si alimenta di energia sociale dai territori per generare valore sociale sui territori.
Che fare, dunque?
Bisogna provare a pensare al sistema di welfare come a una casa a tre piani:
Bisogna poi semplificare l’accesso ai servizi sociali, prendendo esempio da esperienze come il “France Services” d’oltralpe, per raggiungere anche chi oggi resta isolato ed escluso, attraverso sportelli di accesso semplificato e unificato ai servizi di ascolto e di supporto sociale.
Ricostruire il welfare richiede infine una nuova alleanza tra chi vive situazioni di vulnerabilità e chi cerca opportunità. È la base di un progetto riformista capace di unire sicurezza, crescita e coesione, e di restituire alle persone fiducia nel futuro.