Cosa vuol dire vivere in una città assediata?

Immaginate di essere di Brescia, e che un giorno l’esercito russo mette sotto assedio la vostra città. Questo è quello che vive chi abita a Mariupol oggi. Sono stata a Mariupol nell’ottobre del 2018. A quel tempo, ho visto una grande città industriale, sul mare di Azov. Oggi invece, vediamo Mariupol come una grande città sotto assedio di una forza nemica.

Il Corriere della Sera di venerdì 11 marzo ha raccolto la testimonianza di Alex, un residente di Mariupol. Alex è un grafico che dal 3 marzo vive con la famiglia nella cantina del suo condominio, senza elettricità, acqua né gas, per cercare riparo dalle bombe russe che cadono sulla sua città. Vi riporto le sue parole:

“Dal 3 marzo, io e la mia famiglia passiamo la vita seduti nella cantina del nostro condominio. Non abbiamo elettricità, acqua corrente o gas. L’unico modo per chiamare o mandare messaggi dalla mia zona è avvicinarsi all’ufficio di KyevStar. In certe ore, attivano un’antenna con un generatore a gas. Ma è pericoloso andarci. Quasi ogni singolo negozio, supermercato o chiosco è stato sfondato, la gente ha saccheggiato tutto, persino quel che non gli serviva per sopravvivere. Cosa se ne fanno degli adulti senza figli di giocattoli, pannolini, tutine per neonati? Forse è perché sperano di barattarli. Oggi a Mariupol un pacchetto di sigarette vale una fortuna. Con quello puoi ancora ottenere cibo e acqua.

Per mangiare accendiamo un fuoco a legna nell’androne del nostro palazzo di cinque piani. Solo così riusciamo a cucinare il cibo che avevamo accumulato. E così scaldiamo anche l’acqua per il tè del mattino. Non abbiamo fonti di informazioni eccetto qual che riusciamo ad ottenere da una vecchia radio sovietica a pile. Nei primi giorni captavamo un paio di stazioni ucraine. Attorno al 7 marzo sono state disturbate dai russi e ora da quella vecchia radio esce solo la loro propaganda. Non ci sono «green corridors» per scappare: ogni singola speranza viene cancellata. È così un giorno dopo l’altro. Ci siamo convinti che la Russia e quelli della Repubblica nazionale di Donetsk non vogliono che la gente di Mariupol evacui verso l’Ucraina e da lì in Europa.

Vogliono solo che noi si vada in Russia. Mosca, è vero, offre i suoi «green corridors», ma sarebbero biglietti di sola andata. Una volta arrivati in Russia, siamo sicuri che non avremmo più il permesso di andarcene. Tantissime finestre degli edifici di tutto il centro città sono andate in frantumi. Alcuni edifici sono stati colpiti dall’artiglieria russa, alcuni sono bruciati, fino a diventare neri, un mucchio di infrastrutture sono state distrutte. La periferia di Mariupol è ormai completamente demolita dai colpi dei cannoni. Ci sono lunghe code per l’acqua e spesso non è neppure potabile o almeno purificata. Quando poi si sparge la voce che il municipio ha cotto del pane si rischia di restare in coda mezza giornata o anche di più. Col rischio delle bombe. Ma la gente resta lì perché ha fame.

Chi muore viene avvolto in un telo e adagiato sul marciapiede perché nessuno può portarlo al cimitero. Bombardano anche tra le tombe. Non tutti sono morti per le esplosioni, molti hanno ceduto alla fatica, alla fame, al freddo, alla paura. Queste sono ore terrificanti. Viviamo costantemente nella paura. Di solito, sono un tipo abbastanza calmo, difficilmente mi agito, ma quando sento il fuoco dell’artiglieria e le bombe esplodere vicino al nostro condominio, comincio a tremare. Le gambe si muovono da sole, non riesco neppure a fermare i denti.

Nessuno sa quando questo incubo finirà e io non sono sicuro che Mariupol possa davvero riprendersi. Quel che voglio è una vita in pace per la mia famiglia e per me. E acqua, elettricità, gas nel mio appartamento. Non voglio svegliarmi domani col fuoco dell’artiglieria. Se la vita è un inferno per i soldati, per i civili è un inferno moltiplicato per 11. Prendo appunti di ogni giorno che passa e voglio conservarli anche quando saremo, finalmente, in un luogo sicuro. Serviranno a me e ai miei figli per non dimenticare.”