Italia quo vadis? Una strategia internazionale per l’Italia

Alla Leopolda ho avuto l’opportunità di sedermi intorno a un tavolo con una decina di esperti e di cittadini interessati alla politica estera, per discutere della strategia internazionale dell’italia.

Il titolo della nostra discussione era Italia quo vadis? Una strategia internazionale tra migrazioni, cooperazione, potenze emergenti e rischi globali.

La prima parte del lavoro è stata assorbita da un bel confronto con Mike Moffo, deputy field strategy delle due campagne presidenziali di Barack Obama. Mike ci ha raccontato della situazione politica americana alla vigilia delle elezioni di mid-term, delle strategie elettorali utilizzate e delle particolarità delle primarie americane. Interessanti anche le sue impressioni sull’Italia e sull’energia sprigionata da una manifestazione come la Leopolda, sicuramente senza eguali negli States per varietà di contributi e apertura a posizioni politiche differenti.

– Le profonde trasformazione geopolitiche degli ultimi decenni hanno completamente sconvolto la bussola tradizionale della politica estera: spesso non sappiamo “chi sono i buoni e chi sono i cattivi”. La fine del conflitto ideologico e la costruzione di un mondo multipolare, a potere diffuso, l’arrestarsi dell’ondata espansiva della democrazia, l’affermarsi di modelli politici alternativi ed economicamente più dinamici dell’occidente ma incompatibili con i nostri valori generano una serie di incertezze che non siamo in grado di sciogliere. È stato proposto da alcuni al tavolo di “liberarsi definitivamente” dal vecchio schema dicotomico (buoni/cattivi) per abbracciare una impostazione più classicamente vicina alla tradizionale politica italiana: la ricerca della mediazione e il principio lapiriano dell’unitività. Nella discussione, tuttavia, si è chiarito che l’interessante intuizione di una “politica estera unitiva” non significa “pragmatismo” e rinuncia a perseguire i valori dello stato di diritto e della democrazia ma trovare strumenti “trasformativi” e un atteggiamento attivo ed efficace che cambi il mondo.

– In particolare non si deve utilizzare la scomparsa di facili categorie politiche nell’individuare amici e nemici, buoni e cattivi, per giustificare così l’inazione e l’astensione. In Siria o in Libia non ci sono buoni e cattivi ma ciò non ci deve impedire di intervenire. Questo vale per l’Italia nel Mediterraneo che è ridiventato una frontiera geopolitica avanzata, si è rimesso in moto e reclama dal nostro Paese un protagonismo, unitivo – pacificatore – mediatore e non certo indifferenza o paura. Lo stesso vale per le grandi emergenze internazionali che necessiterebbero strumenti internazionali operativi più veloci ed incisivi.

– D’altra parte il Mediterraneo è origine, strada e barriera del fenomeno che come altri interroga il nostro Paese e il suo futuro: quello dell’immigrazione. L’immigrazione è da ritenere una risorsa per il Paese, ma deve essere affrontata con maggiori investimenti e una politica dell’integrazione e dell’accoglienza e dell’integrazione più coraggiosa e vicina agli standard europei. Ad iniziare dal miglioramento delle condizioni dei centri di accoglienza e soprattutto da una più moderna normativa sul diritto d’asilo, oramai il principale motore dell’emigrazione nell’area mediterranea e sub sahariana

– La sezione conclusiva si è concentrata sugli strumenti della nostra diplomazia (insufficienti) e su una necessaria revisione del ruolo, della professionalità e della formazione dei diplomatici cui vengono chieste troppe cose (dalla cooperazione allo sviluppo alla promozione della cultura, dall’accompagnamento alle aziende ai servizi consolari) senza dare loro formazione aggiornata e specifica e senza prevedere forme più snelle di organizzazione (inviati speciali, missioni temporanee). Tra gli assets del Paese da valorizzare, oltre alla forza di valori intrinseca nel brand Italia legata allo specifico umanesimo italiano, è stata sottolineata tanto la potenzialità di enti locali e territori (protagonisti economici della crescita all’estero) quanto il ruolo crescente degli italodiscendenti in tutto il mondo.