L'EUROPA DEI FATTI

63 miliardi di fatti.


Le campagne elettorali, per definizione, sono un gioco di sintesi, di slogan che dicano tutto in una, due, massimo tre parole.

Ma in queste righe, però, vorremmo provare a prenderci un po’ di tempo e a parlare di Europa.

Europa non come progetto di pace e progresso, perchè, a ben guardare, tutti i progetti politici, nella testa di chi li fa, sono progetti di pace e progresso.

Ma come fatti.


Parliamo di fatti.

Per la precisione di 63,7 miliardi di fatti.

Tanti sono i soldi che, negli ultimi 5 anni, sono arrivati in Italia dall’UE.

Significa, grossomodo, 1040 euro a testa. A ogni italiano.

Bene.

Ma dal momento che nessuno di noi si è visto arrivare un bonifico da 1040 euro, viene normale chiedersi: dove sono andati a finire questi soldi? Chi se li è presi i miei 1040 euro?


La risposta si trova sul sito dei fondi di coesione dove c’è un’interessante infografica. Questa:




Cosa significa?

è presto detto:


Significa che il 45,2% (circa 27 miliardi di euro) di questi fondi sono andati ai fondi detti ERDF (European Regional Development Fund), cioè ai fondi che l’UE destina a migliorare la qualità della vita nei Paesi che la compongono.

La ratio dei fondi ERDS è quella di porre le basi per il mondo di domani, quello che, ci piaccia o no, arriverà. Quando arriverà, potremo essere pronti o non esserlo.

I fondi ESDR servono a questo: a essere pronti. Servono a costuire infrastrutture, programmi di formazione, fare progetti che possano rispodere alle domande (ambientali, sociali, lavorative) che il mondo non ci ha ancora fatto ma che, c’è da starne certi, prima o poi ci farà.


Questa sono le cose per cui l’Europa invia più soldi all’Italia: progetti di sviluppo.


La seconda voce cui arrivano più soldi è quella degli ESF: i fondi sociali europei servono a -perdonate la sintesi- riparare le zone più povere e depresse dell’Europa.

Perchè l’Europa sa benissimo che non potrà dirsi davvero unita fino a quando, anche al suo interno, ci saranno enormi disparità economiche e sociali.

I fondi ESF (che sono 17 miliardi) servono a appianare (fino a farle magari sparire) queste disparità.


Un’altra fetta molto importante dei fondi europei va agli EAFRD (European agricultural fund for rural development), in pratica, i fondi per l’agricoltura. Su questo tema ci sarebbe da scrivere per giorni, ma, per evidenti ragioni, non lo faremo qui. Però due cose, in estrema sintesi, sull’agricoltura europea vanno dette: la prima è che il settore agricolo da anni (e ancor di più negli ultimi mesi) è caduto in profonda crisi, perchè i costi di produzione sono diventati più alti di quelli di vendita; la seconda è che il costo ambientale dell’agricoltura così com’è oggi, è altissimo. Può sembrare un paradosso, è vero, ma coltivare, per quanto sia attività nobile, vicina alla natura e antica, fa male all’ambiente. Tanto per dirne una, perchè consuma molta più acqua del necessario. Per questo l’agricoltura va cambiata. E, affinchè cambi, servono investimenti e progetti. L’Unione Europea, con i suoi fondi, si occupa di questi progetti e investimenti, affinchè il settore possa diventare più redditizio per chi ci lavora, più economico per chi compra frutta e verdura e, soprattutto meno nocivo per l’ambiente.


Cosa significa tutto questo?


Significa due cose.

La prima è che chi dice che l’Europa non funziona o è da rifare o, addirittura, da abbandonare dice una cosa che non è vera. O meglio, che è vera solo se si pensa che l’Italia non abbia bisogno di crescere, che non abbia zone economicameicamente e socialmente in difficoltà, che l’ambiente e quello che mettiamo in tavola non siano cose importanti.


La seconda è che, visto che l’Italia è un Paese bellissimo ma non (ancora) perfetto e che ha davvero bisogno di crescere, di cambiare, di correggersi, di aiutare chi è in difficoltà, di salvaguardare il suo tesoro di ambiente e alimenti, c’è qualcuno che di risolvere questi problemi si occupa.

E questo qualcuno è l’Europa. Che lo fa con i fatti. Con 63 miliardi di fatti in 5 anni, per la precisione.



[Pezzo di Luciana Grosso]